Con l’arrivo dell’estate aumenta l’attenzione verso i rischi da radiazione solare che coinvolgono i lavoratori outdoor, ovvero coloro che svolgono la loro attività lavorativa prevalentemente all’aria aperta. Alcuni studi indicano che il rischio da radiazione solare è spesso sottovalutato e poco conosciuto sia dai lavoratori che dai datori di lavoro.

Radiazioni solari e indice UV: quali effetti?

L’intensità della radiazione ultravioletta solare giornalmente viene predetta dall’indice UV: è un indice che si basa sulla posizione del sole, sulla nuvolosità prevista, sull’altitudine, sui dati dell’ozono. La scala dell’indice UV va da un minimo di 1 ad un massimo di 12: più l’indice è alto, più forte è l’intensità degli UV.

Oltre che dall’intensità delle radiazioni, gli effetti sul lavoratore dipendono da una interazione complessa di diversi fattori: costituzione dell’individuo, tipologia di lavoro e condizioni ambientali nel quale è svolto, abitudini di tipo comportamentale.

I possibili effetti sulla salute dell’esposizione a radiazione solare, in mancanza di prevenzione e protezione idonea, possono essere:

  • Effetti sulla cute: acuti (eritema solare, ustioni solari) oppure cronici (tumori, fotoinvecchiamento);
  • Effetti oculari: acuti (retinopatia acuta) oppure cronici (pterigio, cataratta, melanoma oculare)
  • Altri effetti, come per es. interazione con agenti fotosensibilizzanti/fototossici.

Una classificazione delle attività

Proponiamo di seguito una tabella riassuntiva delle attività lavorative maggiormente esposte al rischio radiazione solare:

Attività a rischio di esposizione a radiazione UV solare elevatoAttività a rischio di esposizione a radiazione UV solare modrata
· Lavorazioni agricolo/forestali
· Floricoltura e giardinaggio
· Addetti alla balneazione ed altre attività su spiaggia o a bordo piscina
· Edilizia e cantieristica stradale/ferroviaria/navale
· Lavorazioni in cave e miniere a cielo aperto
· Pesca e lavori a bordo di imbarcazioni, ormeggiatori, attività portuali
· Addetti di piazzale movimentazione merci in varie tipologie lavorative
· Addetti alle attività di ricerca e stoccaggio idrocarburi e liquidi e di gassosi nel territorio, nel mare e nelle piattaforme continentali
· Maestri di sci o addetti impianti, o istruttori di sport all’aperto in genere.
· Parcheggiatori
· Operatori ecologici/netturbini
· Addetti agli atuomezzi per la movimentazione di terra
· Addetti al rifornimento di carburante
· Portalettere, fattorini
· Conducenti di taxi, autobus, autocarri ecc.
· Polizia municipale, forze dell’ordine, militari con mansioni all’aperto
· Addetti alla ristorazione all’aperto
· Manutenzione piscine
· Manutenzione linee elettriche ed idrauliche esterne.

La correlazione con il cancro

La “radiazione solare” è oggi classificata dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) nel GRUPPO 1 di cancerogenesi e cioè con sufficiente evidenza di cancerogenicità per l’uomo.

Uno studio italiano multicentrico pubblicato sul Giornale Italiano di Dermatologia e Venereologia ha valutato abitudini e livelli di rischio in oltre 800 adulti colpiti da tumori della pelle diversi dal melanoma e oltre 1500 persone senza una storia di simili malattie.

È emerso che fra i pazienti dermatologici era più frequente l’esposizione al sole per divertimento o relax, l’abitudine a lunghi bagni di sole, anche nelle ore centrali della giornata.

L’esposizione totale al sole nel tempo libero era simile fra i pazienti oncologici e fra i lavoratori outdoor (un rischio quindi che per questi ultimi si somma fra le ore di lavoro e quelle di svago). Lo stesso studio ha rilevato che l’utilizzo di filtri solari da parte dei lavoratori all’aperto era molto limitato, meno del 20 per cento.

Secondo la Banca dati malattie professionali, inoltre, fra gli agricoltori e i lavoratori agricoli la frequenza di tumori maligni della cute del volto è 15 volte superiore a quella di altre categorie professionali.

Un rischio sottovalutato

Eppure secondo l’INAIL in Italia, più che in altri paesi europei, risulta ridotta la casistica delle malattie professionali della pelle. Perché?

Tante le ragioni possibili, compresa la difficoltà di stabilire un nesso epidemiologico certo, anche per i lunghi tempi di latenza fra esposizione e insorgenza della malattia. Spesso, infatti, la diagnosi relativa alle malattie della pelle non è associata all’anamnesi lavorativa, dalla quale potrebbero emergere le eventuali esposizioni professionali.

La mancata consapevolezza della gravità delle patologie della pelle da parte dei lavoratori, il mancato riconoscimento dell’origine professionale dei disturbi, la scarsa cultura della tutela della salute, inducono alla mancata osservanza delle regole essenziali di prevenzione e protezione, compreso il mancato utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.

Ricordiamo che il D.Lgs. 81/2008 indica tra gli obblighi del Datore di Lavoro quello di valutare “tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori”, anche quelli riguardanti “gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari”. Il Datore di Lavoro, quindi, dovrà identificare e adottare le opportune misure di prevenzione e protezione facendo particolare riferimento alle norme di buona tecnica e alle buone prassi.

La necessità di conoscere ed affrontare il rischio radiazione solare

Alla luce di quanto sopra, gli esperti raccomandano una adeguata formazione sia dei datori di lavoro e che dei lavoratori, che devono conoscere anche i rischi legati alle radiazioni UV. Punti fondamentali sono:

  • Conoscenza delle caratteristiche personali che possono aumentare il rischio di malattie cutanee (fototipo, storia familiare, assunzione di farmaci, esposizioni concomitanti ad altre sostanze),
  • Saper usare le protezioni individuali (filtri solari, abiti adeguati, cappelli, occhiali)
  • Poter usufruire di quelle collettive (fonti di ombra, ripartizione degli orari tali da consentire di stare al riparo nelle ore centrali del giorno)
  • Imparare a controllare la propria pelle e riconoscere eventuali lesioni che meritano un’occhiata del medico: non solo nevi (o nei), ma anche piccole ferite che non si rimarginano, lesioni arrossate o squamose, crosticine che non guariscono o che si riformano.

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