Che cos’è il fattore umano?
Dopo un infortunio, o un quasi-infortunio, la prima domanda in azienda è spesso “chi ha sbagliato?”.
Il fattore umano porta a chiedersi invece: “in quali condizioni stava operando quella persona?”.
Non è un sinonimo di errore umano, ma l’insieme degli elementi che influenzano il modo in cui si lavora. Possono essere ricondotti a tre livelli: l’individuo (competenze, esperienza, fatica, attenzione), il lavoro (caratteristiche del compito, carico, strumenti, ambiente) e l’organizzazione (leadership, comunicazione, struttura, distribuzione di ruoli e responsabilità). La sicurezza dipende dall’interazione tra questi livelli, ed è per questo che intervenire su uno solo raramente basta.
Lavoro prescritto e lavoro reale
Ogni organizzazione ha un lavoro definito da procedure, istruzioni e documenti, e un lavoro reale, cioè quello che le persone svolgono quotidianamente con le risorse, i tempi e gli strumenti effettivamente disponibili.
Tra i due esiste sempre uno scarto, anche nelle realtà più strutturate. Una procedura troppo complessa, un’attrezzatura non disponibile al momento necessario, obiettivi di produzione e di sicurezza in conflitto: sono condizioni in cui chi lavora adotta una soluzione di compromesso, in genere in buona fede. Se non si verificano conseguenze, quella soluzione si ripete, viene trasmessa ai nuovi arrivati e diventa prassi. Questo processo è noto come normalizzazione delle deviazioni.
Per questo è utile distinguere tra un errore non intenzionale, una scelta consapevole, una scorciatoia occasionale e una prassi consolidata. Le cause sono diverse e lo sono anche le misure efficaci: formazione, revisione della procedura, riprogettazione del compito o intervento sull’organizzazione.
Perché l’esperienza non basta a proteggere
Le decisioni quotidiane di chi lavora non dipendono solo dalle regole conosciute.
L’esperienza, ad esempio, porta competenza e sicurezza nei gesti, ma ha anche un effetto collaterale: più un’attività viene ripetuta senza conseguenze, meno il rischio che comporta sembra tale.
Stanchezza e carico mentale, quando i tempi sono stretti o le attività si sovrappongono, riducono ulteriormente la capacità di valutare alternative. Non sono mancanze individuali del lavoratore, ma condizioni prevedibili. Per questo le misure più efficaci agiscono sull’organizzazione del lavoro: turni sostenibili, compiti che non gravino sull’attenzione, controlli che non dipendano dalla sola vigilanza del singolo e una formazione calibrata sui rischi reali delle attività svolte.
Implicazioni per datori di lavoro, HR e RLS
Per datori di lavoro e dirigenti, il primo passo è verificare che le procedure siano effettivamente eseguibili con le risorse e le tempistiche che l’organizzazione mette a disposizione.
Per la funzione HR, significa prestare attenzione a carichi di lavoro, comunicazione tra turni e funzioni, inserimento dei neoassunti e modalità con cui il mestiere viene trasmesso.
Per l’RLS, che opera all’interno del gruppo di lavoro, la risorsa principale è l’ascolto: domande aperte e orientate al contesto, come “che cosa rende difficile eseguire questa operazione come previsto?”, consentono di raccogliere informazioni che una verifica formale non intercetta.
Analizzare il lavoro reale non significa giustificare un comportamento, ma intervenire sulle cause, con un beneficio concreto sia per la sicurezza sia per l’efficienza dei processi.

Su questi temi è disponibile il nostro corso di aggiornamento per RLS “Fattore umano e lavoro reale”
Fattore Umano e Lavoro Reale – Aggiornamento RLS
Il corso è rivolto a Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), ed è valido ai fini dell’aggiornamento.

